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Torino: storia di Abdelhadi, finito sulla strada dopo un tumore al cervello


"Sono in Italia da quando avevo 12 anni, ho sempre fatto il macellaio, poi sono rimasto ricoverato al Cto un anno e mezzo".
"Sono nato a Casablanca, in Marocco, nel 1970 e ho lavorato fin da quando avevo dodici anni. Il mio lavoro è sempre stato il macellaio con specializzazione in carni halal, la certificazione secondo cui manzi, vitelli e polli (il maiale è bandito dalla mia religione) sono macellati e lavorati come stabilito dalle regole islamiche. Quando sono arrivato in Italia ero ancora minorenne e avevo deciso di venire per curiosità, poi questo Paese mi è piaciuto e mi sono fermato". Abdelhadi ha un'espressione serena mentre racconta la sua storia, ma dal suo sorriso traspare una vena di tristezza quando ricostruisce gli ultimi anni della sua trentennale storia di immigrazione in Italia.

Giunto nel 1987 si stabilì a Salerno, dove rimase una decina di anni riprendendo a fare il lavoro che già svolgeva in Marocco, il macellaio. Era decisamente un'altra epoca, in cui il lavoro non mancava neanche per quei primi immigrati che giungevano da altri Paesi in cerca di migliori standard di vita e che potevano tentare la fortuna senza dover affrontare, come oggi, chiusure normative e diffusi sentimenti di rifiuto.

Nel 1998 decise di trasferirsi al Nord, lavorando prima in un macello a Fossano e poi per due grandi macelli torinesi che esportano carne halal nei Paesi musulmani. "Quando sono arrivato a Torino ho abitato con un mio cugino finché sono andato ad abitare per conto mio, dato che lavorando potevo permettermelo, così come riuscivo a tornare spesso in Marocco per le vacanze a trovare la mia famiglia".

Tutto sembrava procedere bene per Abdelhadi, finché nel 2009 iniziò ad avere crescenti problemi alla vista. Dopo alcuni controlli gli venne diagnosticato un tumore al cervello, fu ricoverato d'urgenza al Cto da dove uscì solo un anno e mezzo dopo, periodo in cui è stato sottoposto a tre interventi con tecniche di chirurgia sperimentale per asportare l'estesa e complessa neoplasia. "Sono stato trattato benissimo al Cto, che è un ottimo ospedale - ricorda - , ma senza dubbio il giorno più bello è stato quando sono uscito dopo un anno e mezzo di degenza, perché pur vedendo male camminavo tra le persone e mi sentivo di nuovo libero". Una libertà fugace, però, perché aveva miracolosamente salvato la vita ma le sue condizioni di salute non gli permettevano più di lavorare: "Da un occhio ho perso completamente la vista e dall'altro mi sono rimasti poco più di due decimi, inoltre ho dovuto continuare a sottopormi a chemioterapia perché alcune parti del tumore non erano asportabili e andavano bloccate in qualche modo" spiega Abdelhadi, che in brevissimo tempo ha perso lavoro e casa. Senza alcun sussidio e senza persone che potessero aiutarlo si è così ritrovato a frequentare i dormitori pubblici cittadini.

"I giorni più brutti sono stati quelli invernali, alcuni passati in strada al freddo. Ricordo una vigilia di Natale, non c'era posto in dormitorio e ho camminato tutta la notte per non congelarmi. Nei dormitori ho vissuto anche discriminazioni razziali, qualcuno diceva che occupavo il posto che poteva andare a italiani, non capendo che io ero gravemente malato". Nel corso di questi ultimi dieci anni, trascorsi nei dormitori nonostante il suo stato di salute, Abdelhadi ha avuto l'assegnazione di un alloggio popolare, ma vi ha rinunciato: "Non stavo bene, mi venivano delle crisi epilettiche e quindi mi sentivo più sicuro a stare in un dormitorio insieme a operatori che potevano darmi aiuto in caso di bisogno".

Solo ora, grazie ad un supporto legale, dopo parecchi anni ha ottenuto il riconoscimento del 100% di invalidità, così dovrebbe finalmente essere supportato da un sussidio, ma in ogni caso non si lamenta di questi ritardi, anzi, sottolinea: "Se mi fossi trovato in Marocco con questa mia malattia non sarei sopravvissuto. Nel mio Paese non esiste un servizio sanitario alla portata di tutti, curarsi costa molto e non avrei potuto sostenere le spese non potendo lavorare. In Italia spendo una trentina di euro al mese in farmaci mentre in Marocco ne dovrei spendere 200". 

Poi, dopo la lucida analisi sulla fortuna di essersi salvato torna quel suo sorriso velato di tristezza ad accompagnare la sua risposta alla nostra ultima domanda: "Mi sarebbe tanto piaciuto aprire una tavola calda marocchina, ma ormai non c'è più la salute e credo che questo mio sogno rimarrà tale".

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